Thursday, November 10, 2005

Intervista su "Libertà"

Intervista sul quotidiano "Libertà" del 3 novembre 2005 a cura di Riccardo Anselmi

Ai più giovani magari sembrerà strano, ma anche a Piacenza una volta il rock ruggiva come un leone. Erano gli anni ’80 dei Not Moving, formazione culto della scena punk-garage-wave italiana, capace di influenzare molti dei gruppi che sono venuti dopo, di stare sullo stesso palco dei Clash, di andare in giro coi Litfiba. A venticinque anni dalla nascita e diciassette dalla disgregazione dell’impianto originale, con alle spalle molti concerti incisi nella memoria di chi allora già c’era, esce in questi giorni il cd-dvd Live in the ‘80s (Go Down Records), cui seguirà un tour con la formazione storica, che saluterà i fan a partire dal Soundfactory di Torino, l’11 novembre.
Con loro, naturalmente, il batterista Tony Face Bacciocchi, protagonista della nostra chiacchierata.

D: Perché questo cd-dvd “postumo” di vecchie registrazioni live?
R: Ce l’hanno chiesto i fan e a noi è parso potesse essere un po’ il suggello dell’intera carriera dei Not Moving. Bene o male i dischi non si trovano più, perché sono tutti vinili e non sono stati ristampati, e la dimensione ideale dei Not Moving è sempre stata quella dal vivo. Abbiamo fatto dischi in studio che non hanno mai reso l’idea che i Not Moving invece davano nei concerti.

D: Come quello di Pavia nel 1982, salito alla ribalta anche per l’attacco autolesionista del bassista Danny D?
R: Un paio di anni prima avevamo avuto l’occasione di vedere dei filmati su gruppi della scena punk di Los Angeles, rimanendo piuttosto impressionati dal fatto che si tagliassero durante i concerti. Il problema è che là veniva fatto in maniera, se vogliamo, artistica, senza esagerare. Invece Danny a Pavia calcò un po’ troppo la mano, finendo in ospedale. Puoi capire lo sconvolgimento creato da una cosa del genere. Da lì in poi iniziò a diffondersi la voce che ai concerti dei Not Moving poteva accadere di tutto, facendo crescere ogni giorno di più l’interesse intorno a questo gruppo “oltraggioso”. Il rovescio della medaglia è che ad esempio in Rai, dopo l’esperienza in un paio di trasmissioni come L’orecchiocchio, saltò la ventilata partecipazione a un programma di Arbore perché i Not Moving avevano una nomea “pericolosa”. Vista con gli occhi di oggi, abituati a gente come Marilyn Manson, la cosa fa un po’ sorridere, ma ai tempi andava così. Da una parte siamo contenti di essere rimasti legati a un’immagine molto coerente; certo che viene da pensare che in un’altra epoca avremmo probabilmente avuto molte più opportunità per farci conoscere.

D: Avete pagato un po’ il prezzo di essere stati i primi in un determinato ambito.
R: Essere pionieri di solito viene valutato sempre come un aspetto positivo... Però dopo. In realtà per me vuol dire non essere in armonia con la realtà circostante, non essere puntuali con l’appuntamento, e ciò qualche problema lo porta

D: Voi che ragazzi eravate quando avete deciso di formare Not Moving?
R: Dei ragazzi normali. Chi studiava, chi lavorava. Poi la musica ci ha “traviati” e abbiamo convogliato nei Not Moving tutte le nostre forze. Suonavamo spesso. Bene o male eravamo uno dei pochi gruppi italiani a farlo, per cui c’era anche un piccolo riscontro economico.

D: Ai tempi cosa ascoltavate e cosa ascoltavano i vostri coetanei?
R: In generale quelli all’interno della scena “alternativa” erano divisi un due grandi filoni: o hardcore punk o new wave più sul dark. Noi invece ci distinguevamo anche all’interno di ciò che si distingueva dalla massa, perché ci vestivamo magari punk, ma poi ascoltavamo quasi esclusivamente blues, rock’n’roll, Robert Johnson, John Lee Hooker, eccetera, che in sala prove suonavamo tre, quattro volte più veloce, trasformandolo in un punk intriso di blues o blues punkizzato molto originale per i tempi. Una particolarità che notiamo più adesso col senno di poi, come il fatto di essere arrivati a questo recupero del suono tradizionale probabilmente prima degli stessi americani. Questo ci ha un po’ chiuso le porte all’inizio, perché si suonava nei centri sociali, dove si faceva punk ed eravamo visti come troppo tradizionalisti, o in locali interessati soprattutto alla new wave. Nel corso degli anni è stato però il nostro valore aggiunto.

D: E Piacenza che città era?
R: Come quella di adesso. Non offriva un granché per un gruppo come il nostro.

D: Voi sull’uscire da Piacenza avete subito avuto le idee chiare?
R: A Piacenza era palese dall’inizio non ci sarebbe stato spazio per noi. Alla fine degli anni ’70, in Italia c’era ancora una dimensione giovanile che si misurava molto in collocazioni politiche. Per cui se ti collocavi da una parte o dall’altra ti scontravi inevitabilmente con la parte opposta. Noi però eravamo osteggiati sia dalla destra, perché non eravamo naturalmente inquadrabili nei loro schemi, sia dalla sinistra, che vedeva in noi persone che comunque non aderivano ai modelli molto rigidi che c’erano allora, dato che ci è sempre piaciuto andare per la nostra strada. Considerando i numeri di Piacenza, l’abbiamo quindi subito scartata. Nel resto del paese la storia era diversa, perché qualcun altro che non si riconosceva perfettamente in quella o quell’altra scena esisteva, e così abbiamo cominciato a tenere date in tutta la Penisola, ma non abbiamo avuto il tempo o la determinazione di andare in America o Inghilterra. Anche se probabilmente non eravamo abbastanza maturi per sfondare lì.

D: È un piccolo rimpianto?
R: No. Adesso è più facile, con internet è un attimo mettersi d’accordo. Allora era tutt’altra cosa. Per dire, l’unico dei cinque col telefono ero io. Anche a livello organizzativo, negli anni ’80 sarebbe stato probabilmente proibitivo. Inoltre vent’anni fa il rock italiano non godeva praticamente di nessuna considerazione all’estero. Quando suonammo con i Clash nel 1984 a Milano, loro stessi erano increduli ci fosse un gruppo che suonava in un certo modo un certo tipo di musica qua in Italia.

D: Qual è oggi il bilancio dell’esperienza dei Not Moving?
R: Si dice che il rock’n’roll è pericoloso perché molta gente ci ha rischiato la vita. Nel nostro caso, ciò ha significato spendere tutta l’energia e la gioventù in questo sogno. Abbiamo mollato il lavoro, messo tutto a repentaglio per i Not Moving. Chi più chi meno, siamo contenti di averlo fatto, ma è stato appunto un gioco pericoloso, che da una parte ci ha salvato, perché non siamo rimasti imbrigliati nel cosiddetto tran tran della vita quotidiana che non ci piaceva, e dall’altra ci ha fatto perdere molte cose.
Riccardo Anselmi


Esce il 15 novembre in tutta Italia l’ultimo disco dei Not Moving. Tranquilli, è normale spalancare gli occhi, aprire la bocca e aggrottare le sopracciglia. Non siete gli unici ad aver perso di vista la leggendaria formazione piacentina, che negli anni ’80 macinava date su date e passaparola su passaparola con una coinvolgente miscela di punk, garage, surf e wave; di Cramps, X, Gun Club, Seeds, 13 Floor Elevator, Dead Boys e New York Dolls. Semplicemente, dopo l’abbandono delle scene e la migrazione verso altri gruppi spesso non altrettanto fortunati, i Not Moving tornano momentaneamente in pista con Live in the ‘80s, una raccolta su cd di ventiquattro brani dal vivo, accompagnata da un dvd documentario su quella che probabilmente è stata la più importante stagione rock piacentina. Un viaggio tra le canzoni, le immagini e i protagonisti di un’epoca di grandi cambiamenti musicali, di cui i Not Moving furono tra i profeti in patria, ma - come spesso accade ai profeti - non sempre godendo dell’auspicata attenzione. Eppure, ancora oggi e, anzi, forse più oggi che allora, per molti appassionati è impossibile non riconoscere in loro un contributo fondamentale all’evoluzione della scena italiana, come ricordano nel dvd Federico Guglielmi della rivista Il mucchio, Claudio Sorge e Luca Frazzi della rivista Rumore, il bassista ex Litfiba e Csi, ora Pgr e Marlene Kuntz Gianni Maroccolo, Cristiano Godano sempre dei Marlene, Oskar degli Statuto, Umberto Palazzo dei Santo Niente, Mauro Giovanardi dei La Crus o, addirittura, Max Pezzali, che rivela il suo lato punk, raccontando come lo storico concerto dei Not Moving a Pavia fosse stato proprio il suo primo concerto. A colpire Pezzali e probabilmente chiunque altro, l’autenticità cruda della band, la corrispondenza tra la musica e la maschera dell’esibizione sul palco, assolutamente fuori dall’epoca e dalle quattro mura dei locali italiani, dove il gruppo piacentino graffiava al suono di brani come Baron Samedi, Suicide Temple, Spider, Lookin’ for a vision, I stopped yawning, (We’ll ride untill) the end e I just wanna make love to you. Brani presenti anche nel disco, costruito scegliendo il meglio di 50 ore di materiale inedito dal vivo conservato dalla band, nata nel 1981 vissuta per una decina d’anni in prima linea con Tony Face Bacciocchi (batteria), Dany Dallagiovanna (basso), Rita Lilith Oberti (voce), Mariella Severine Rocchetta (tastiere) e Dome La Muerte Petrosino (chitarra).

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